• FUGA DELL’UOMO O FUGA DALL’UOMO?
    L’APERITIVO ILLUSTRATO, Anno 8 Numero 66 estate 2014

    luglio, 2014

    La tecnologia si è avvicinata a tal punto all’uomo, al suo corpo, alle sue capacità sensoriali e cognitive da scomparire, da diventare invisibile, mutando radicalmente la natura del rapporto tra uomo e artefatti, tra soggetto e oggetto. L’arte contemporanea è alla ricerca dell’ultimo limite oltre il quale forse non è più lecito parlare di figura umana. Sul crinale complesso ma affascinante della sintesi arte-tecnologia incontriamo Marco Bolognesi (Bologna, 1974), artista multimediale che utilizza diversi  linguaggi: dal cinema alla fotografia, dalla pittura al graphic novel. Il suo immaginario si ispira alla fantascienza, alla street art e alle icone pop. Dopo dieci anni di attività a Londra, nel 2010 torna a vivere in Italia. Le sue opere, che hanno presto attirato l’attenzione di collezionisti  italiani e internazionali, sono presenti in collezioni pubbliche e private.

     

    Debora Ricciardi: «L’ibridazione tra materia vivente e materia artificiale è il dato più esemplare di quello che è oggi il corpo contemporaneo, con la progressiva ricostituzione della soggettività. Mappare l’esistente nelle sue modificazioni con un linguaggio multidisciplinare come il tuo immagino abbia alla base una lunga fase di studio. Qual è stato il tuo percorso nell’elaborare questa scelta?»

    Marco Bolognesi:«Da sempre il mio interesse muove da una visione soggettiva e privata del mondo. Partendo dal presupposto che la realtà non esiste, possiamo solo descrivere e rappresentare le percezioni, singole o collettive, che abbiamo di quello che ci circonda. L’epoca in cui viviamo si interroga su problematiche e questioni nate dall’inevitabile e inedito incrocio del biologico e del tecnologico, e ad un ritmo e velocità così avanzato che la fantascienza di quaranta anni fa è molto meno spettacolare e avanzata della nostra realtà.Cyborg, transumano, postumano e mutante, la tecnologia come prodotto prometeico che sostituisce Dio, ma anche questa è una riflessione già assimilata e per questo vecchia. Il mio intento non è mappare l’esistente, non ne sarei in grado, e non mi interessa; utilizzo i vari linguaggi per costruire una struttura trasmediale in grado di darmi tutti gli strumenti per descrivere delle visioni, e lo faccio con un linguaggio che ha molto della fantascienza, ma quella che veniva chiamata sociale, quella che esasperando un po’ il contemporaneo ci porta in un tempo altro che ci permette di osservare meglio il presente.

     

    «Nelle tue opere vive un perenne confluire tra  spazio interno in spazio esterno e viceversa, così da trasportare il fruitore in un universo surreale da visione acida e pulsioni minimali. La tua operazione artistica può essere considerata non solo un bisturi che scava, ma anche un bisturi che taglia gli immaginari per dar vita ad una nuova carne. Vengono così alla mente i film  di David Cronenberg, come Videodrome (1982) e Il Pasto Nudo(1991), la versione cinematografica dell’omonimo libro di Burroughs. Quanto la letteratura e il cinema di fantascienza hanno influenzato la tua visione artistica?»

    «Il fruitore lo conduco in un mondo con nuove regole, taglio la carne e manipolo il suo immaginario utilizzando le sue emozioni più sottili. Il mio lavoro è stratificato attraverso una sedimentazione di piani che si sovrappongo grazie al metalinguaggio che li costituisce. Il percorso con cui si sviluppa tutto questo è fatto di incontri, di incroci e di manipolazioni in cui si nasconde il germe più profondo del collage. Decontestualizzare elementi svuotandoli del loro significato primario, per poi riempirli di un nuovo significato dato dalla loro unione; manipolazione dei linguaggi di cui mi nutro: cinema, letteratura, fumetto e  giocattoli diventano le particelle della costruzione di un linguaggio nuovo. Nel mio universo cinematografico di riferimento ci sono filoni e autori molto diversi tra loro: sicuramente Cronemberg, che amo molto, ma anche Russ Mayer; il cinema italiano di fantascienza con la serie di Gamma unodi Antonio Margheriti, Terrore nello spazio di Mario Bava, Star Crash di Luigi Cozzi o L’Umanoide di Aldo Lodolo; la cinematografia Explotation, il cinema orientale di Shinya Tsukamoto o di Yoshihiro Nishimura. Passando al fumetto, altra mia enorme passione, i  miei riferimenti spaziano da Guido Crepax con il suo stile erotico d’autore, fino ad arrivare al fumetto britannico della 2000 AD comic, al fumetto di Ben Templesmith della Idw pubblisher. Baso il mio lavoro sulla manipolazione dei linguaggi e dei testi, le mie fonti sono innumerevoli e pur avendo un occhio di riguardo per i grandi classici, la mia preferenza va alla cultura pop».

     

    «Oggi i nuovi media esigono un nuovo corpo, un nuovo tipo di spettatore che può nascere solo dalla soppressione del vecchio spettatore cresciuto nell’illusione che le immagini fossero sempre e comunque una ‘riproduzione’ della realtà. La 0tua risposta a questa esigenza è palese già in Humanescape, ma perché hai scelto proprio di ricorrere alla figura femminile?»

    «La figura femminile è il mio soggetto da sempre. Potrei dire che è amore per le donne o che è simbolo della bellezza e della grazia, della maternità e della vita. In realtà penso che nel nostro mondo l’uso che i media e la comunicazione hanno fatto del corpo della donna ha disegnato una mappa di significati sessuali e sociali che col tempo sono diventati mode e cliché che oggi l’universo femminile non può, o non vuole, più scrollarsi di dosso. Pensiamo solo al fatto che se io avessi usato soggetti maschili, nessuno mi avrebbe domandato il perché! Il corpo femminile è per me il paradigma della società contemporanea, l’immane che più di tutte è in grado di rappresentarla e descriverla. Mi piace giocare con gli stereotipi della nostra cultura e usare il corpo femminile me lo permette, ma per me in Humanescape non sono donne, sono corpi: individui. Sono simulacri dell’Io, sono l’esempio di una soggettività incastrata in una realtà finta che disegna il loro quotidiano. Avrebbero potuto essere uomini, ma io fotografo solo donne».

     

    «Secondo Max More il transumanesimo non può che esprimere i valori di espansione illimitata, autotrasformazione, ottimismo dinamico, tecnologia intelligente ed ordine spontaneo. Sei d’accordo con questa affermazione? Ed inoltre quale significato può assumere il transumanesimo in una prospettiva artistica?»

    «La mia produzione artistica è sempre più incentrata nella costruzione di un universo in cui ambiento e narro storie e personaggi che da sempre fanno parte delle mie opere. Questo universo è posto in un futuro indefinito dove i temi del transumanesimo, l’ingegneria genetica, la nanotecnologia, la neurofarmacologia, le protesi artificiali e le interfacce tra mente e macchine sono realtà. Mi sono confrontato a lungo con il pensiero di come tecnologia e scienza cambiano e cambieranno il nostro modo di essere ma il risultato a cui sono approdato è tutt’altro che positivista. Il mio luogo nel futuro è di matrice cyberpunk, è una città abitata da mutanti e robot, dove la razza umana è quasi estinta e i cyborg governano ricorrendo al controllo delle emozioni degli esseri senzienti. La mia è una visione distopica del futuro, molto più capace di mettere l’accento sui rischi e i problemi generati dall’evoluzione post-umana che elogiarne l’ordine spontaneo. Partendo dalla fantascienza sociale credo che un’opera di fantascienza non sia solo una mera narrazione di un mondo futuro, ma piuttosto un’azione artistica per denunciare temi sociali presenti nel nostro contemporaneo. Il mio sguardo non è pessimista, ma ricostruisce l’analisi di un presente esasperato e proiettato in un futuro che si compirà in poco tempo e produrrà un cambiamento epocale».

     

    «“Il corpo in costruzione è una ibridazione fantastica tra organico e inorganico, tra materia particellare e chip al silicio. Quello che il presente ci prospetta è un corpo dalle contaminazioni molteplici e dalle funzionalità imprevedibili. Queste alterazioni, a cui il corpo va incontro, spodestano la sua identità e ridisegnano una soggettività mutante”. Così Teresa Macrì, esperta di Cyber art, pone l’attenzione sul corpo come mezzo di espressione che, a differenza della Body Art degli anni Settanta, parte dall’idea che il corpo è ormai obsoleto e che bisogna estendere i suoi limiti attraverso la tecnologia, ibridando organico e inorganico. Questo processo di trasformazione del rapporto naturale-artificiale sta delineando nuove dinamiche culturali che implicano problematiche di elevata complessità. Quali sono i tuoi orizzonti di ricerca in tal senso?»

    «All’inizio del mio percorso possiamo porre due elementi che ne hanno rappresentato la genesi: da un lato l’iconografia tipicamente cyberpunk dell’uomo-macchina, e dall’altra la teoria dell’obsolescenza umana avanzata da Stelarc grazie alle sue performance. Fin dalle radici del cyberpunk il tema dell’ibridazione organicoinorganico è centrale nella letteratura e nell’arte; nei romanzi di Gibson un leggendario cyber-cowboy trasferisce la propria mente all’interno di un computer, e la fantascienza più moderna ci ha abituato a intelligenze artificiali che eguagliano e superano le capacità umane. Oggi arti meccanici e valvole elettroniche curano le nostre malattie e potenziano le nostre capacità, mentre operazioni plastiche permettono a uomini e donne di assomigliare a icone pop, animali o giocattoli. Trovo interessante a questo punto, però, rivolgere lo sguardo verso quegli artisti-scienziati della Bioarte come Laura Cinti e il gruppo di ricerca australiano Symbiotica, o come l’artista francese Orlan, che da molti anni lavorano sul concetto di mutazione, ma distaccato da quello di macchina. Attraverso il mio universo metto a confronto queste due iconografie: l’essere gibsoniano di un primo cyberpunk e gli esseri mutanti nati da esperimenti scientifici che diventano nuove razze, possibili iconografie di nuovo conosciuto-sconociuto. La cosa a cui sto guardando con attenzione e che prendo come base di ispirazione, è la mutazione organica, le frontiere aperte dalle manipolazione delle cellule, dei tessuti e del DNA. A livello estetico mi incuriosisce ipotizzare ibridazioni organiche tra esseri umani e animali o piante. Il concetto di mutante sviluppato partendo dalla materia organica e non più dall’ibridazione tecnologica. •

     

    Marco Bolognesi sta ultimando due progetti che verranno esposti in altrettanti musei italiani nei mesi di settembre e ottobre. Sarà protagonista con una personale al Museo di Merano (Bolzano) con un progetto transmediale incentrato sulla visione di una città fantascientifica dove si mescolano atmosfere da b-movie anni Sessanta con le più innovative tecniche di realtà aumentata, in un percorso che passa attraverso istallazioni, video, disegni e fotografie – mostra personale al museo Kunst Meran. A cura di Valerio Dehò. Inaugurazione 3 ottobre 2014. 

    Inoltre prenderà parte ad una mostra collettiva dedicata all’Orlando Furioso, a Palazzo Magnani dove proporrà una serie inedita di fotografie, con ricostruzioni attualizzate sulla base delle suggestioni del cinema contemporaneo, di dodici personaggi dell’Orlando e dell’episodio in cui Ariosto parla dell’assedio di Parigi, Un’incantata inquietudine. sulle orme d’Ariosto e dell’Orlando Furioso – mostra a cura di Sandro Parmiggiani, Palazzo Magnani, Reggio Emilia, 27 settembre 2014 – 11 gennaio 2015

     

    di Debora Ricciardi