ANATOMIE DI UNA CITTÀ

Walter Guadagnini | 31/08/2012

“Ho la necessità di rendere visibile un universo che sia un luogo metafisico : una sorta di parabola tra reale e immaginario”. Così Marco Bolognesi pochi anni fa, in un’intervista che introduceva la sua più recente fatica, il volume Dark Star. Oggi, davanti al ciclo Humanescape presentato per la prima volta a Reggio Emilia, risulta chiaro come quella necessità si sia fatta ancora più impellente, e abbia trovato un suo primo approdo compiuto, la costruzione di un vero e proprio mondo parallelo, nel quale si rispecchia, alterato quanto basta, il pianeta abitato dall’uomo. Suddiviso in quattordici capitoli, strettamente collegati tra di loro, il ciclo appare come una paradossale riflessione sulla contemporaneità, a partire dai mezzi con i quali è stato realizzato.

Bolognesi non può che definirsi fotografo, infatti, ma in un’accezione strettamente legata al tempo presente e ai suoi strumenti, attraverso i quali è possibile compiere gli spettacolari tour de force tecnologici che danno vita a queste immagini. Bolognesi fotografa, e in maniera ossessiva, i suoi personaggi, le sue scene, i suoi pupazzetti e le sue biglie colorate, ma al termine del processo di costruzione ed elaborazione dell’immagine nasce un oggetto la cui natura fotografica si è irrimediabilmente mischiata con quella performativa, cinematografica, pittorica, sottese sin dall’origine alla creazione di questo universo.

L’artista, che ha vissuto e a lungo operato a Londra, sfrutta soprattutto le potenzialità tecniche legate alla realizzazione di scene estremamente complesse e ricche di particolari; a differenza di altri autori della sua generazione, non insiste sul rapporto tra realtà e finzione, o sulla manipolazione della realtà in chiave di sospensione del giudizio sul visibile e sul rappresentabile. Bolognesi dichiara immediatamente la falsità, l’artificialità del suo universo, non trae in inganno lo spettatore, piuttosto lo attira con una spettacolarizzazione dell’immagine che nulla nega al piacere visivo, al gusto di immergersi in una narrazione tanto più affascinante quanto più improbabile.

Una narrazione che si modella, come tutti i progetti dell’artista, sui canoni della fantascienza, intesa come “un modo metaforico di narrare attraverso questo stesso mondo e per raccontare e sviluppare tematiche contemporanee”. Anche da questo punto di vista, Humanescape è un’opera paradigmatica: le tematiche sono quanto di più contemporaneo si possa immaginare, ai limiti della cronaca quotidiana (le gru, i fusti di materiali radioattivi, i riferimenti alla crisi economica in atto), ma l’impianto spaziale e la narrazione vera e propria prendono le strade dell’invenzione di situazioni surreali, di volta in volta dal tono tragico, drammatico, ironico, comico. Su tutto ciò, a dominare iconograficamente e idealmente, la figura della donna, anch’essa da sempre al centro dell’immaginario dell’artista. Nelle pose più diverse, rasata, interamente nuda e interamente bianca, inespressiva, priva di soggettività che non sia quella dei lineamenti del volto e delle diverse forme dei seni, pressoché totalmente dimentica del proprio potenziale erotico, questa donna assoluta non pare nemmeno lontana parente delle virago che popolavano C.O.D.E.X. BLUE  o Babylon Federation, per non dire dell’introduttivo Ma’aM. Eppure, è proprio intorno a questa figura che ruota il mondo di Humanescape, è lei che volontariamente o involontariamente sostiene le architetture – costruite con il meccano, riferimento esplicito all’universo del gioco e omaggio nemmeno troppo velato a un mondo definitivamente scomparso – sulle quali avvengono alcuni degli eventi centrali della storia. Questa donna, rappresentazione simbolica dell’umanità nella sua interezza, è per altri aspetti la testimonianza che il lavoro di Bolognesi va sviluppandosi secondo una estrema coerenza, lasciando intendere sviluppi successivi in una direzione ancora più complessa. Se si tratta di creare un universo, esso deve infatti essere abitato da ogni genere di personaggio, e se si decide che comunque questo universo è femminile, esso deve essere popolato di ogni genere di donna, in grado di sostenere diversi ruoli a seconda delle diverse esigenze della narrazione. Un ruolo che in questo caso è duplice, di rappresentazione dell’umanità e insieme di una naturalità possibile all’interno di un mondo artificiale, costruito nella realtà per essere fotografato, nella finzione per essere proiettato su uno schermo. O, forse, realtà e finzione sono già confuse anche nella nostra esperienza quotidiana…