• ARCHITETTURE DI CARNE E METALLO
    Espoarte n.78, ottobre 2012

    ottobre, 2012

    L’interazione e la fusione tra essere umano e tecnologia (alla base delle idee del Cyberpunk) viene interpretata da Marco Bolognesi attraverso una presenza costante, la donna, rappresentata a figura intera o a mezzobusto, di una bellezza ieratica ed inquietante: enormi statue che dominano un paesaggio abitato da lillipuziani.

    Ogni immagine di Humanescape – esposto per la prima volta n Italia la scorsa primavera in occasione del festival della Fotografia Europea ai Musei Civici Galleria Parmeggiani di Reggio Emilia – nasce da un elaborato processo intellettuale, il cui risultato finale è frutto di una serie di riflessioni che trovano ispirazione e linfa vitale anche nel grande mondo della fantascienza.
    Abbiamo incontrato Marco Bolognesi in un momento particolarmente ricco di progetti importanti, in Italia e all’estero.

     

    ALESSANDRO TRABUCCO: COSA RAPPRESENTANO EFFETTIVAMENTE LE DONNE DI HUMANESCAPE? QUALI SONO LE IDEE ALLA BASE DI QUESTO PROGETTO, CHE SI AVVALE ANCHE DEL PREZIOSO CONTRIBUTO TEORICO DI BRUCE STERLING, INSIEME A WILLIAM GIBSON, UNO DEI PADRI DEL CYBERPUNK?

    Marco Bolognesi: Queste donne rappresentano tutta l’umanità. La figura femminile, bianca e senza capelli, privata delle imperfezioni e delle tipicità umane, rappresenta l’individuo moderno che, inserito in un mondo che non sente come suo, vi si ritrova imprigionato ed oppresso.
    Nel mio lavoro l’intento non è mai quello di ritrarre la realtà così come appare ai nostri occhi, ma di rappresentare le proiezioni, le visioni e la percezione che gli individui hanno di essa.
    Questa base di partenza mi accomuna sicuramente all’estetica e alla filosofia del Cyberpunk e mi inorgoglisce leggere, nel testo scritto da Bruce Sterling per presentare il mio lavoro, che Humanescape “sembra trattare di città e di carne di donna”. In uno dei suoi famosi racconti, una donna post-umana incarna una città del futuro.
    In questa serie di fotografie, la donna e il suo corpo ricoprono il doppio ruolo di artefici-attrici: elementi architettonici importanti ed imponenti nel paesaggio, ma anche creatrici.

     

    LE TUE IMMAGINI SONO DEI COLLAGES DIGITALI OTTENUTI DALL’ACCOSTAMENTO DI ELEMENTI ETEROGENEI, GIOCATTOLI, OGGETTI VARI, MATERIALI PRESI DAL “MECCANO”,IL TIPICO GIOCO DI COSTRUZIONI DEGLI ANNI ’70. HA SENSO PER TE PARLARE DI “FOTOGRAFIA”, NEL SIGNIFICATO TRADIZIONALE E STORICO DI “SCRITTURA CON LA LUCE”? A CHE PUNTO SI TROVA OGGI QUESTO LINGUAGGIO ESPRESSIVO?

    Penso che per il mio lavoro si possa assolutamente parlare di fotografia, ma nella sua accezione più ampia di forma di espressione: la definizione di “con la luce” rappresenta solo una parte. Mi interessa un’idea di fotografia composta, “costruita”, sperimentale, che forse all’inizio della storia della fotografia era un po’ ai limiti della definizione classica, ma che col tempo ha trovato molte espressioni e riconoscimenti.
    Se vogliamo citare dei riferimenti del passato, credo che i collage di denuncia di Heartfield negli anni ’30, le foto surrealiste di Man Ray, i collage fantastici di Max Ernst, fino alle sperimentazioni fotografiche di Veronesi, siano un buon esempio per parlare di quella fotografia che costruisce e interpreta la realtà più che ritrarla. Nello stesso modo l’arte contemporanea internazionale si muove costantemente creando visioni diverse e nuove strade.
    Amo cercare in giro per il mondo ispirazioni; seguo ad esempio l’arte contemporanea russa, di cui apprezzo molto l’interessante gruppo AES+F all’interno del quale diversi artisti lavorano su fotografie composte, e l’arte inglese, da cui sono molto influenzato, con David Hockney che ha sempre esaminato la relazione tra immagine e realtà.
    Trovo altrettanto stimolante le tematiche politico-religiose nascoste nella produzione di artisti Iraniani coma Gohar Dashti, Shadi Ghadirian e Mohsen Rastani che oggi possiamo ritrovare insieme al lavoro di una quarantina di fotografi iraniani in un interessante libro, La Photographie iranienne.

     

    CHE SVILUPPI AVRÀ HUMANESCAPE? COSA TI ASPETTA PER IL FUTURO?

    In questa fase del lavoro sto sviluppando il mio sguardo attraverso i miei Inscape, quindi probabilmente, Humanescape sarà il primo capitolo di una trilogia di paesaggi interiori che, alla fine del 2013, daranno vita ad un nuovo libro.
    Mi sto muovendo per portare questo lavoro anche fuori dai confini nazionali, e in particolare a Londra, dove sto programmando una mostra per l’anno prossimo, e a Vienna dove, all’interno del festival Eyes On (mese della Fotografia di Vienna) il 23 novembre inaugura una collettiva al na daLokal, insieme a Bernhard Braunstein e Daniel Zimmermann.
    In Italia, invece, ha inaugurato il 6 ottobre, a La Giarina di Verona, B.O.M.A.R. Universe, una mia retrospettiva, curata da Valerio Dehò, in cui presento due installazioni, un video e gli ultimi lavori di Humanescape.
    E poi tanti altri progetti in progress che si svilupperanno nel’arco del 2013: una grande installazione a Vienna, un film, un fumetto ma è ancora troppo presto per parlarne.

     

     

    Intervista di Alessandro Trabucco