• BOMAR REMIX
    KRITIKA, anno IV, numero 4

    marzo, 2012

    Marco Bolognesi (Bologna, 1974) è artista e film maker e le sue opere, che hanno presto attirato l’attenzione do collezionista e media italiani e internazionali, sono presenti in collezioni pubbliche e private. Giustizia e Verità (1994) e Il partito del Silenzio (1996) sono i suoi primi video; in questi lavori la musica e le immagini si intrecciano mettendo in risaldo tematiche sociali e politiche. I suoi video vengono presentati prima al Giffoni Film Festival e poi alla Biennale di Venezia. Nel 2003 vince il premio Artist in residence all’Istituto Italiano di Cultura a Londra e realizza, in collaborazione con designer di fama internazionale, il progetto e il libro fotografico Woodland. Nel 2008 gira il cortometraggio Black Home, che vince il premio per il miglior film fantascientifico all’Indie Short Film Competition in Florida. Nello stesso anno la foto Redandwhiteeyes entra a far parte di Experimenta, la mostra itinerante organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e poi della Collezione Farnesina, la collezione permanente del Ministero. Dark Star (2008) è il secondo libro fotografico dell’artista. Nel 2009 Einaudi pubblica Protocollo, la grafhic novel che segna ilo primo passo della collaborazione con Carlo Lucarelli. Nello stesso anno alla fondazione delle Arti “Solares” di Parma Marco Bolognesi presenta l’installazione Genesis, che si concentra sul tema della creazione e della mutazione delle identità. Nel 2011 l’artista espone a Difforme, la mostra presso l’Archivio delle arti elettroniche dell’Università degli Studi del Molise, che raccoglie opere di alcuni dei principali artisti contemporanei. L’opera più recente di Marco Bolognesi è l’installazione Mock-Up, presentata all’interno  dell’Istituto europeo di Design, in occasione di Invideo 2011.

    Quale metodologia artistica segui dal concepimento alla realizzazione dei tuoi progetti?
    Il concepimento di un’opera ha solitamente una prassi ben strutturata. I tempi invece variano molto, visto che dipende anche da cosa sta succedendo attorno a me; mi riferisco sia alla vita quotidiana che ai emi che sento più vicini alla mia sensibilità. Solitamente un progetto si genera nel momento in cui ne sto concludendo un altro, e quest’ultimo diventa una sorta di erede del precedente. C’è in me una necessità quasi adrenalinica della creazione. Ogni progetto diventa un tassello del Bomar Universe, il mio “Mondo”, che rimane l’opera più grande in cui sono costantemente impegnato, un work in progress perpetuo. In seguito, comincio a sviluppare una serie di disegni molto semplici per visualizzare un’idea, un pensiero. È questa la fase in cui mi dedico a una profonda ricerca iconografica per quanto riguarda la documentazione di repertorio, scavando in quelle che sono le mie principali passioni: il fumetto, il cinema, la storia, gli action toys e affini. A questo punto, chiariti gli orizzonti, affronto la produzione.

    Quanto ha inciso la tua biografia (famiglia, studi, incontri, necessità/vantaggi) sul tuo lavoro?
    Incide sempre tanto, perché comunque è una traccia che tu lasci e in ogni caso credo profondamente che gli incontri non siano mai casuali.

    Preferisci l’idea di un successo immediato e travolgente, o un lavoro sotto-traccia che promettesse di durare oltre la tua stessa permanenza nel mondo?

    È un quesito che non mi pongo. Conosco solo il lavoro quotidiano e la ricerca costante.

    Se dovessi insegnare a un giovane artista, che ha scelto la fotografia come mezzo espressivo, cosa non dovrebbe “fare mai”, che consiglio gli daresti?
    Non dovrebbe mai fotografare quello che vede, ma quello che sente.

     

     La fotografia d’arte, come quella di cronaca, testimonia, comunque, un certo grado di adesione ai paradigmi di realtà e la propensione di una volontà quasi tirannica esercitata – soprattutto nel suo caso – sul corpo delle modelle. Cosa puoi dirci in merito a questo modus operandi?

    Nessuna volontà tirannica! Si tratta di una ricerca precisa e di profondo amore per il corpo femminile. Lo studio parte dal collage, come forma di decontestualizzazione, per attribuire all’immagine un differente valore semantico. La realtà non è altro che un punto di vista.

    Nelle tue costruzioni opti spesso per quello che il semiologo Greimas chiamava l’espediente “intra diegetico”. Ossia l’elemento di camuffamento (sulla pelle delle tue modelle), prodotto nella mise en scène del set. Perché?
    Io creo sul set un lavoro molto più simile alla performance. Nel senso che incollo gli oggetti fisicamente sulla pelle delle modelle, producendo un intervento di collage fisico. Tutto questo seguendo metodologie costanti, quasi dei veri e propri rituali preparatori. A me interessa modificare la forma iniziale dei corpi e della scena, ridando a essa un’altra identità, molto più prossima a quella che sento che a quella che notoriamente si definisce ‘il visivo’ puro. La ‘realtà’.

    Quale tecnica prediligi: digitale, analogico. Video, fotografia?
    Sinceramente non è la tecnica usata che mi porta a realizzare i miei progetti. È il risultato finale a guidare le mie scelte tecniche. Certo, ho un interesse specifico orientato al racconto e, sicuramente, col tempo mi indirizzerò più al linguaggio filmico. Così il video giungerà ad avere un ruolo primario. 

    Hai vissuto a lungo in Inghilterra, trasformando te stesso in una formidabile “macchina da guerra”, almeno in senso professionale. Credi che in Italia resista una sorta di visione romantica? Ovviamente mi riferisco al fatto che gli ultimi anni hanno trovato la cultura italiana sempre più surrettizia e marginale rispetto al grande “mondo mercato” che ci circonda. Pur non essendo dell’idea che “mercato” e ricerca estetica possano stare sulla stessa linea di confine. Cosa ne pensi?
    Sì ho vissuto in Inghilterra, per la precisione a Londra e per dieci anni. Durante gli ultimi quattro anni londinesi ho creato uno studio, del quale, scherzosamente, parlo come “una macchina da guerra”, perché eravamo attivi su molti fronti. Io vedo l’artista come un comunicatore all’interno della società contemporanea, quindi indirizzato ad utilizzare tutte quelle tecniche di diffusione che partono dalle vie tradizionali fino ad arrivare a quelle più innovative, come i social networks. Per quanto riguarda l’Italia non credo abbia una visione romantica più di quanto ce l’abbiano altri paesi, ma sono convinto che tenda a chiudersi troppo in sé stessa e nel proprio passato.

    Quali sono i tuoi prossimi progetti espositivi?

    Le prossime esposizioni dovrebbero delinearsi tra Italia, Austria e Inghilterra, che sono i luoghi dove ho recentemente portato il mio lavoro. All’inizio del prossimo anno dovrei tornare anche negli Stati Uniti. A maggio sono stato invitato a “Fotografia Europea”, una delle mostre ufficiali dove esporrò il mio ultimo progetto: Humanescape. Ancora, a ottobre dovrei esporre a Vienna, là ho vinto un Artist in Residence e in quest’ultimo caso svilupperò un video con dei performers del teatro Brut di Vienna. Sempre a ottobre inaugurerò anche la mia personale alla Galleria Bonioni e, in quell’occasione, presenterò un nuovo libro fotografico e la conclusione del progetto che ho realizzato sul mondo orientale, che avevo già affrontato con Geiko.  Mentre a Londra dovrei essere di nuovo in mostra a Fine anno.

    Da poco è scomparso il grande scrittore e saggista Christopher Hitchens. Egli, nel suo saggio “Consigli ad un giovane ribelle” (Einaudi Stile Libero, 2008) scrive: «Guardati dall’irrazionale, per quanto seduttivo. Diffida dalla compassione; preferisci la dignità per te e per gli altri. Non avere paura di essere considerato arrogante o egoista. Non essere mai spettatore dell’ingiustizia o della stupidità. Cerca la discussione e la disputa per il piacere che ti danno; la tomba ti offrirà un sacco di tempo per tacere». Polemico e critico, intenso e ironico, Hitchens intesse una mediazione arguta su cosa significhi pensare, vivere, opporsi. Cosa ne pensi?
    Ho sempre combattuto, nel mio piccolo contro le ingiustizie e non ho mai avuto timore di quello che potevano pensare terzi ma è anche vero che la figura dell’artista dovrebbe sempre porsi con sguardo critico.

    Qual è l’ultimo libro che hai letto?
    Al momento sto rileggendo la Trilogia di Valis di Philip Dick.

     

    Cosa ti aspetti dal tuo futuro artistico e professionale e cose pensi del grande interesse che negli ultimi anni ha investito la fotografia d’arte?
    Sinceramente non inizio un lavoro nutrendo molte aspettative. Il mio più grande interesse è creare il mio universo e confrontarsi con il mondo in cui vivo. Sono molto felice dell’interesse che attualmente investe la fotografia d’arte in genere e, soprattutto, il mio lavoro, che negli ultimi anni è cresciuto molto. Eppure credo che non sia altro che la normale conseguenza di un impegno estetico costante che porto avanti da venti anni.

     

    Anita Tania Giuga è critico d’arte, curatrice indipendente, giornalista di settore, specialista di Beni e media culturali. Ha seguito per due anni il dottorato di “Estetica e pratica delle Arti” all’Università di Catania. Ha collaborato al dipartimento di Psicologia dell’Arte del DAMS di Bologna e insegnato all’Accademia di Belle Arti di quella città. Una sua breve lirica è stata menzionata da Maurizio Cucchi su Tuttolibri del 24 settembre 2011. Di recente ha cominciato a collaborare con “Ragioni” domenicale culturale de “Il riformista”.