• Intervista a Marco Bolognesi
    Imprenditori, Dicembre 2012

    dicembre, 2012

    Artista per vocazione, crea da quando aveva sei anni. Ora che di anni ne ha 38, e fortunatamente non lo chiamano più “giovane artista”, prende parte a progetti internazionali coadiuvato dal suo staff, secondo un modello molto british.

     

    L’ erotismo è stato utilizzato in ambito artistico sin dall’antichità e sono tanti gli autori contemporanei che si sono confrontati col tema. Come si pongono le tue opere in questo contesto?

    L’erotismo fa parte della vita, lo dimostrano i miti greci e le pitture degli antichi romani. Tutta la storia dell’arte è costellata di momenti e autori per i quali il confronto con l’elemento erotico diviene espressione. Non dovrebbe più scandalizzare. Parlare di hard, in ogni caso, non è semplice. È un termine che cambia significato a seconda dell’universo all’interno del quale lo si colloca. Ogni epoca e ogni cultura ne offre una propria definizione e, al variare dei costumi sociali, varia anche il limite della censura, per cui ciò che oggi è hard, probabilmente per la prossima generazione non lo sarà più. La costruzione delle mie opere non parte, tuttavia, da questo tema. È un significato che viene associato all’immagine a posteriori per cui, in modo provocatorio, potrei pensare che sia lo sguardo dell’osservatore a cercarlo.

     

    L’opera di copertina propone la lettura della figura della geiko da parte di un autore occidentale. Com’è nato il progetto?

    Il progetto è nato da un dialogo con Carlo Lucarelli, con cui stavo lavorando al libro Protocollo (Einaudi, 2009). Avevamo ipotizzato di creare un mondo ambientato in un Giappone futuribile, governato dalla yakuza e popolato di geishe. Nella realizzazione sono stato sicuramente influenzato dal cinema orientale, dai b-movie, dai manga e dai cartoni animati.

     

    Il corpo delle donne è privilegiato nelle tue ricerche. Non ha mai temuto di offrire la tua opera a uno sguardo che ne snaturi l’intenzione?

    La mia arte è stratificazione di metalinguaggi, quindi la possibilità di un’ambiguità non mi spaventa; del resto la si sperimenta spesso nelle relazioni personali. Una delle prime figure rappresentate dall’uomo è la dea madre, principio della vita. Le mie non sono donne ridotte a oggetto, assumono piuttosto un valore simbolico. Se nella società in cui viviamo il corpo femminile viene mercificato, qui invece è la donna, con la sua fisicità, a essere protagonista e a dettare le regole della contesa.

     

    Le tue ultime serie – Humanescape, Mutantia e Pinned face- appartengono a quello che Valerio Dehò ha definito ”momento bianco”. Di cosa si tratta?

    Vita personale e ricerca artistica vanno di pari passo. Gli ultimi progetti, realizzati a Reggio Emilia dopo dieci anni a Londra, sono accomunati dalla presenza di donne bianche, non per una scelta pianificata a priori, ma per assecondare la novità dello sguardo. A partire dalla mostra Humanescape, che si è concretizzata in occasione di Fotografia Europea 2012, grazie all’incontro con la galleria Bonioni Arte, tutte le figure sono dipinte di bianco, alla ricerca dell’espressività del corpo comune, con le sue apparenti imperfezioni e irregolarità.

     

    A La Giarina Arte Contemporanea hai presentato una grande installazione, poi esposta ad ArtVerona 2012…

    Mock-up è un’astronave di tre metri, realizzata assemblando centinaia di pezzi di giocattoli. All’interno, un video he racconta la storia epica della conquista e della distruzione di un pianeta nel nome della democrazia. La voce narrante è realizzata combinando una trentina di discorsi pronunciati dai dittatori del ‘900, per dimostrare che la propaganda è sempre la stessa e usa le parole democrazia e libertà svuotandole del loro significato originale.

     

    Le tue opere fanno parte di un mondo che hai battezzato Bomar Universe. Quali sono le regole di questo universo?

    Il Bomar Universe è un mondo in costruzione, che si arricchisce a ogni progetto. È ambientato nel futuro, ma fa riferimento all’immaginario fantascientifico degli anni ’70. Racconta il futuro attraverso il passato, offrendo una metafora del presente. Ovviamente nel Bomar Universe sono tutti a conoscenza del fatto che la realtà non esiste. Cyborg, mutanti e donne guerriere si muovono tra battaglie spaziali e luoghi interiori. I sogni, gli incubi e i deliri dei personaggi costruiscono il filo della narrazione, che ha come scopo ultimo quello di investigare l’uomo e la sua natura.

     

    Progetti in cantiere?

    Al momento sto lavorando a diversi progetti, ma quello che assorbe maggiormente la mia attenzione è un lungometraggio, che sara presentato l’anno prossimo al Future Film Festival di Bologna. Nel 2013, inoltre, sarò a Vienna con un’installazione inedita e a Londra con una mostra personale presso Olyvia Fine Art.

     

    La tua formazione è avvenuta in Inghilterra. Quali differenze con l’Italia?

    Sono cresciuto con Tracy Eminem, Damien Hirst, i fratelli Chapman e gli autori della scuderia di Saatchi & Saatchi. Per me un artista è prima di tutto un creativo, ma dietro di lui deve esserci uno staff competente che supporti il suo lavoro. In Italia questa modalità operativa è difficilmente concepibile.

     

    L’arte è politica?

    Sicuramente! Un artista ha il compito di affrontare i temi importanti della società contemporanea, di sviscerarli, interpretarli e smuovere le coscienze. Attraverso la sua visione e la sua sensibilità deve porre l’accento sui meccanismi che governano il mondo in cui vive, altrimenti rischia di diventare produttore di stili, sconfinando in quella che, secondo me, non è arte, ma pura decorazione.

     

    di Chiara Serri