• LUCARELLI&BOLOGNESI, UNA GRAPHIC NOVEL CYBERPUNK
    il Venerdì di Repubblica , 11 dicembre 2009

    dicembre, 2009

    Donne blu decisamente sexy. Una società ipercontrollata. Una multinazionale che trasforma gli uomini in cyborg. Esce da Einaudi una storia per immagini e testi dei due autori emiliani. Che nel domani raccontano il nostro oggi.
    La Sendai Corporation, una multinazionale che produce protesi mediche ad alta tecnologia, sta realizzando il suo piano: trasformare gli uomini in cyborg che rispondono solo ai suoi comandi. Per farlo ha un programma planetario che prevede l’inserimento nel bulbo ottico di meccanismi elettronici per correggere la miopia che fanno vedere agli uomini una realtà alterata, quella decisa nei suoi laboratori. Aki Naumann, nato a Parigi e trasferito a Londra, un giorno deve sostituire la sua vecchia protesi con una nuova, ma il risveglio dopo l’operazione diventa un incubo. Vede le forme modificate e “i colori che cambiano a seconda delle emozioni”: così inizia a comprendere qual è il reale obiettivo della Sendai. E proprio lui, che guadagna poche sterline in un sexy shop a Soho, si ritrova ad essere l’unico in grado di salvare il mondo, prima di essere trasformato definitivamente in cyborg.
    Protolocco (Einaudi) è una graphic novel di fantascienza ad alto tasso di sparatorie e colpi di scena con testi di Carlo Lucarelli e l’artwork di Marco Bolognesi, che ha creato tavole di grande impatto visivo, dove materiali documentali della vita di Aki Baumann (biglietti aerei, pagine di diario, polaroid) si sovrappongono a immagini fotografiche rielaborate al computer con i protagonisti della storia.
    “La prima idea di Protocollo” dice Bolognesi dal suo studio di Londra “la presentai a Carlo Lucarelli cinque anni fa e, da allora, fra noi si è consolidata una forte amicizia. Ci siamo continuamente scambiati le idee sui personaggi e su alcuni passaggi cruciali della trama”.
    Nato a Bologna 35 anni fa, Bolognesi, prima di diventare un artista molto apprezzato nella capitale britannica, ha collaborato con il poeta Roberto Roversi, con Guido Crepax e con Dario Fo. Il suo primo cortometraggio, Giustizia e Verità, del ’94, dove mischiava musica, video e animazione, è stato anche proiettato alla Biennale di Venezia. Filmmaker, fotografo e artista visuale, Bolognesi è affascinato dal fumetto cyberpunk, che ha ispirato molti dei suoi lavori. “Una passione” dice “che ho in comune con Licarelli. Amiamo entrambi le graphic novel di Frank Miller e i film di fantascienza giapponesi e coreani come Tetsuo: the Iron Man di Shinya Tsukamoto”.

    La tematica del cyborg, che ha influenzato registi, scrittori e artisti agli inizi degli anni Novanta, è ancora così attuale?
    “Lo è di più, visto che già viviamo in un’epoca in cui le protesi artificiali fanno parte integrante dei nostri corpi. Oscar Pistorius, con gli arti metallici che lo fanno correre come il vento, visto all’interno di un contesto fantascientifico, è un cyborg”.
    Qual è allora la funzione della fantascienza?
    “È una metafora per raccontare quello che ci succede intorno. In Protocollo, Aki Baumann, grazie alla sua protesi oculare, scopre che ciò che ha sempre visto non è la realtà, ma un artificio della Sendai Corporation. Sia carlo che io volevamo aprire una riflessione sul controllo della comunicazione e sulla censura dei media”.
    Lei immagina della androidi a dir poco sensuali…
    “A ispirare le donne blu di Protocollo, unità di polizia che controllano in territorio, sono state Mystic, di X-Men, e la protagonista di Terminator 3, personaggi di forza ineguagliabile ma estremamente sensuali.
    Attraverso i corpi delle donne decido di pensare e di vedere il futuro al femminile. Spero però che il fatto che questi personaggi siano belle fanciulle non impedisca al pubblico di andare oltre la prima impressione estetica”.
    Nel 2003, per Woodland, il ciclo di fotografie che ha realizzato con grandi stilisti italiani e inglesi, lei ha lavorato anche con Giorgio Armani a Alexander McQueen. Crede davvero che moda e arte possano trovare percorsi comuni?
    “Lavorare con i più grandi creatori di moda è stato interessante e mi ha permesso di fare un salto professionale. Ma ho scoperto presto che l’industria della moda di rado digerisce immagini forti e dirette come quelle delle mie opere”.
    Con chi si è trovato meglio?
    “Con Vivienne Westwood, che mi ha fatto salutari punture di punk. In Italia invece la produzione dell’immaginario è molto controllata e per un giovane fotografo è quasi impossibile lavorare per una maison importante”.
    Lei ha collaborato, come assistente alla regia, anche con Daniele Lucchetti e Nanni Moretti. Perché ha deciso di abbandonare il cinema?
    “Ero uno dei loro tanti assistenti e Moretti l’ho incontrato solo una volta ad una riunione. Ma Cinecittà mi ha dato la forza di cercarmi un’altra strada fuori dall’Italia”.
    Un’esperienza così traumatica da scappare all’estero?
    “No, non è stata una fuga. Ma in Inghilterra, come anche negli Stati Uniti, le persone con cui lavori ti ascoltano e, se la tua idea è valida, ci mettono sopra dei soldi. Non interessa a nessuno la provenienza etnica, politica o economica, ma solo se il progetto funziona”.
    Tornando in Italia cosa la colpisce di più?
    “Quello di oggi è un Paese che mangia sé stesso. Nel sito degli italiani a Londra ho letto che ogni anno si spostano a vivere nella capitale britannica almeno tremila ragazzi tra i 25 e i trent’anni. I giornali parlano sempre della fuga dei cervelli, invece sta lasciando l’Italia un’intera generazione di ragazzi comuni. Sembra un racconto di fantascienza, ma purtroppo non lo è”.

     

    Testo di Marco Romani.