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Da Metropolis a Gotham City il mito della città postmoderna rivive nelle opere su carta di Marco Bolognesi che, al di là degli effetti speciali, evidenziano le contraddizioni politiche e culturali di una società in profonda crisi. Scenari urbani, rappresentazioni utopistiche e visionarie in cui la metropoli, immagine del nuovo che avanza, porta inevitabilmente con sé i segni del passato. Parola chiave: stratificazione, che si esplica sia a livello tecnico che concettuale. Le carte nascono, infatti, da collage fotografici, completati da interventi a pastello che rendono omogenea la composizione. Non casuale, la scelta del ritaglio, che attiene al background culturale dell’artista: dal cinema di fantascienza ai fumetti della DC Comics, fino a Le Corbusier e ai grandi architetti contemporanei, come Santiago Calatrava e Renzo Piano. Elemento ricorrente, il fondo nero, così come il tratteggio grigio e verde che disegna gli edifici, in parte riferibile all’iconografica classica del genere science-fiction, in parte funzionale alla costruzione di un’utopia negativa, di un non-luogo in cui l’umanità negata proietta se stessa. Immagini magnetiche, esito di un procedimento che contempla sia l’intervento della macchina (collage), basato su proiezioni matematiche, che l’intervento umano (coloritura manuale), plausibile di imperfezioni e ripensamenti. Errore, dunque, come valore positivo, elemento rassicurante, antidoto ad una tecnologia fredda, disumanizzata e disumanizzante.