VALERIO DEHO' INTERVISTA MARCO BOLOGNESI

25/09/2014

1) Questo progetto è probabilmente il più complesso, importante e faticoso che stai portando a termine. Lo consideri un punto di arrivo o un punto di svolta?

 

Non credo che nella vita esistano dei punti di arrivo o di svolta, ma più che altro situazioni importanti, che segneranno nella mia carriera un momento da ricordare.

Credo profondamente che questo progetto sia quello in cui sono riuscito a esprimere di più la complessità del mio lavoro; probabilmente perché lo sto seguendo da tanti anni, e grazie anche al museo e alla possibilità che mi è data da questa serie di mostre, conto di farlo giungere al mio pubblico nella sua forma strutturata.

Non vorrei che il mio lavoro venisse ricordato solo per una singola tecnica o un singolo supporto mediale, il mio intento è prendere in mano diversi media, e questo progetto riesce a svelare tutti quei lavori, tutti quegli approfondimenti, che ho sviluppato nei tanti anni di ricerca. Quindi al suo interno troviamo collage, istallazioni, film d’animazione, ma anche fotografie, pitture e disegni.

Tutti questi elementi fanno parte del mio lavoro e, un po’, del mio DNA.

 

 2) A guardare tutto il tuo lavoro sembra che tu avessi sempre lavorato attorno a Sendai City e ai suoi abitanti, è un’idea che avevi in mente da tempo?

 

Sendai City si è sviluppata con gli anni, e sicuramente c’è un profondo aspetto biografico che mi lega a questo progetto. Dall’inizio della mia carriera ho lavorato per trovare una mia tecnica, una visione (e parlo dei primi anni, in cui ero molto giovane, dal 93 fino al 2003) finché, alla fine, ho cominciato a inventare e produrre dei personaggi. Fin dall’inizio la mia ricerca è stata indirizzata sul chi siamo, sul definire l’identità, e in contemporanea ho sviluppato un luogo altro,  una realtà parallela dove i miei personaggi potessero abitare e esperire. Tutti i miei progetti partono da una profonda stratificazione, come se venissero man mano digeriti, assorbiti, modificati, finché i vari aspetti che li compongono, che sembravano andare in direzioni diverse, lentamente si riorganizzano attorno ad un filo rosso che li tiene insieme.

Io ho passato molti anni della mia gioventù in ospedale, in una realtà che non mi permetteva di interagire con l’esterno in maniera normale e quotidiana; in queste situazioni sei quasi costretto a costruire un mondo parallelo, in cui ambientare le tue storie, le tue visioni. Questa mia tendenza ha continuato a svilupparsi anche dopo, con il trasferimento a Londra, quando mi sono trovato lontano dal mio paese, lontano dai miei amici, e ho dovuto ricostruire un’altra realtà, un altro luogo in cui trovare in qualche modo il mio habitat. Perciò penso che sia scontato che anche il mio lavoro abbia preso questa strada.

Dal mio ritorno in Italia ho capito di dovermi impegnare non solo sulla costruzione di questa sorta di personaggi, ma anche sulla città, sul luogo dove avrebbero dovuto vivere, dandogli una collazione, creando una storia; dovevo trasformarli in entità con una loro vita, uno spessore ed appunto un loro ambiente.

 

 3) Questa iperbole del cyber punk oggi è in un certo senso un omaggio a qualcosa che non c’è più o pensi invece che sia una forma di rilancio?

 

Mi rendo conto che il cyberpunk letterario è un genere che si sviluppa in periodi temporali ben specifici, e che oggi possiamo considerarlo morto, ma non la sua filosofia; non si può dimenticare come abbia evidenziato e focalizzato degli elementi che sono tuttora molto contemporanei, a partire dal rapporto uomo-macchina. 

La macchina è il nostro presente, è nel nostro corpo (attraverso i peacemaker, attraverso le protesi, attraverso telecamere che ci visitano, che ci controllano): stiamo percorrendo sempre di più quella strada che gli scrittori ed il mondo cyberpunk avevano profetizzato. Il futuro si sta realizzando e concretizzando portando alla ribalta le tematiche che avevano previsto: il controllo dell’energia, il controllo dell’acqua, le multinazionali e il mercato dei dati.

Questo dimostra che parlare di cyberpunk non significa parlare di qualcosa di vecchio ma piuttosto di contemporaneo.

Il cyberpunk è diventato una filosofia, che ovviamente nel tempo ha abbandonato e mutato alcuni aspetti, e che comunque si è rinnovata. Anche la mia visione del cyberpunk è rivista, attualizzata: lo prendo e lo manipolo proprio come faccio in tutti i miei lavori di collage e in questo modo ne rivendico la forza, la contemporaneità e la rottura epistemologica col passato. Per la prima volta si era immaginato un futuro diverso da quello ipotizzato da Guerre Stellari o da Star Trek, concentrato cioè sull’esplorazione dello spazio e sul progresso tecnologico come sinonimo di miglioramento. Col cyberpunk si inizia a pensare al futuro anche in modo drammatico; svanisce la visione positiva e positivista, lasciando il posto a un avvenire oscuro, in cui si aprono profondi interrogativi sul ruolo della tecnologia, il tema del DNA, della manipolazione genetica. Ma in assoluto, la cosa che più mi attrae in questo panorama, sono le domande sull’identità umana che scaturiscono da questi presupposti: quello in cui potremmo essere trasformati, quello che non siamo più rispetto all’immagine di umano a cui siamo abituati. E’ un fatto evidente a tutti che l’uomo si sta evolvendo, proprio come tutte le razze di questo pianeta, e siamo tutti molto spaventati.

 

 4) Cosa rappresenta per te la città come luogo e spazio, oltre il significato specifico di Sendai City e la sua storia?

 

Io ho vissuto in diverse città: nasco a Bologna, ora abito e lavoro a Roma, ma ho vissuto per molti anni a Londra, dove ancora mi reco spesso, e poi a Vienna e a Reggio Emilia. Città molto diverse tra loro sia per gli elementi architettonici che per il rapporto della popolazione con il suo ambiente.

Le città sono dei contenitori culturali, parlare della città è parlare di uno spazio in cui si intrecciano destini, interagiscono persone, si stratifica la storia, è il luogo dove si unisce il vecchio al nuovo, l’antico e la tecnologia, e questi dualismi diventano elementi caratterizzanti e distintivi.

Ho cominciato a riflettere sul paesaggio e sull’ambiente quando, tornando da Londra, ho iniziato a rivedere e a ripensare la mia persona, a valutare io come individuo dove avrei vissuto.

Per lungo tempo avevo pensato che la mia vita sarebbe stata ferma e si sarebbe sviluppata a Londra. Londra ha la caratteristica di essere tante città insieme (sia in senso architettonico, sia in senso culturale); è gigantesca, sette milioni di abitanti, tra cui tantissimi stranieri, e ogni persona porta un proprio bagaglio culturale che in qualche modo trova dei riferimenti all’interno della metropoli.

In parte questa sensazione l’ho rivissuta, in un modo molto diverso a Vienna, città che avevo pensato sarebbe stata la mia nuova casa, con una nuova lingua, con nuove problematiche ed una nuova visione del futuro.
Reggio Emilia mi ha dato quegli elementi e quella rete sociale che avevo perso e che una grande città non ti può dare: le relazioni personali di cui avevo bisogno, la loro importanza, che avevo in qualche modo dimenticato a Londra dove all’interno della massa di persone diventi un numero, neanche più un cognome.

Questo mio orizzonte biografico è il punto di partenza da cui si sono sviluppati i pensieri e poi le idee che hanno dato origine a Sendai City.

Per costruire la mia città ho esaminato e ho voluto mescolare molte città diverse: l’ispirazione architettonica iniziale l’ho presa da Metropolis e da Gotham City, poi ho utilizzato importanti palazzi del ‘900, e ispirandomi a Moebius ho rivisto gli edifici e le loro forme; infine ho strizzato l’occhio a quelle costruzioni molto futuribili in cui il design si sviluppa ingrandendo elementi semplici, ingigantiti in altezza, dove il cerchio diventa una grande sfera, il triangolo può diventare una grande piramide, e questi elementi poi si mescolano tra di loro.

Altro elemento fondamentale è costituito dai tubi. Tubi che contengono energia, e diventano elementi di confusione un po’ come le autostrade viste da google maps, o le strade del fotografo Olivo Barbieri, grandi arterie che in qualche modo girano attorno a ogni cosa. Le strade diventano tubi che distribuiscono l’energia in questa città-mondo, in cui non esistono più i confini né piccole cittadine intorno, dove tutto è un’unica città, una città-mondo, un pianeta-città.

 

5) Hai collaborato sempre con grandi personaggi da Lucarelli a Sterling quale ti ha interessato maggiormente e perché?

 

Nella mia carriera ho avuto la fortuna di lavorare con molti artisti diversi. Gli ultimi due, in ordine temporale, sono Lucarelli e Sterling, ma all’inizio del mio percorso ho collaborato con il poeta Roberto Roversi, con Guido Crepax, ho intrapreso una breve collaborazione con Dario Fo e a Roma ho avuto modo di conoscere molti altri registi. Con ognuna di queste persone che ho incrociato nella mia vita, ho istaurato un confronto che mi ha arricchito di conoscenze e visioni divergenti, ognuna nel suo settore mi ha aiutato ad allargare il mio orizzonte creativo e artistico trasmettendomi un po’ del suo bagaglio culturale e dando un maggior valore alle mie opere e al mio lavoro. Per questo è impossibile per me scegliere uno di loro.

Carlo Lucarelli, già nel 2008, ha accettato di scrivere una storia sul mondo che stavo costruendo. Era la prima volta che la narrazione entrava in maniera così forte nella mia arte e il risultato è stato Protocollo, la mia prima grafic-novel, poi pubblicata da Einaudi nella collana Stile Libero. Carlo mi ha aiutato tantissimo a sviluppare il mio mondo: ha creato questa storia noir, genere di cui lui è maestro, utilizzando i miei classici personaggi, ma ambientandola in un luogo che io stavo ancora costruendo; le sue domande così come le sue idee sono state il primo confronto strutturato, mi hanno costretto a tirare fuori dalla mia testa quello che fino ad allora era ancora molte idee e qualche bozzetto.

Bruce Sterling è stato un incontro emozionante, è un personaggio enigmatico e sono stato molto affascinato del suo sincretismo; tutta la mia formazione sul cyberpunk era passata anche e soprattutto dai suoi libri, e avere di fronte il grande maestro che, con sua moglie, Jasmina, regista e performer, parla e scrive del mio lavoro è stato un grande regalo. Conoscere Sterling mi è servito anche per togliere quell’alone di mito che alle volte si crea sugli autori, ridargli un aspetto umano; è stato molto semplice relazionarmi con lui, discutere e confrontarsi, ha dato grande linfa vitale alla mia conoscenza del cyberpunk e alla visione del mio lavoro inserito in un contesto più ampio, all’interno di quel mondo.

 

 6) Sei davvero convinto che i B movie italiani sono così importanti per la storia del cinema mondiale?

 

Nell’accezione comune, il cinema b-movie è quel tipo di cinema che viene considerato di serie b per la mancanza di budget, per le scelte a volte un po’ troppo audaci o per mancanza di politically correct.

Per me è molto di più: è evidente che il budget è limitato in quelle produzioni, ma questo genera la necessità di uno sviluppo in direzioni diverse rispetto ai film da botteghino, trovando strade alternative, mescolando generi, e adottando soluzioni creative.

Quando ero uno studente al DAMS ho iniziato ad appassionarmi al cinema muto di genere e a quei film di fantascienza in cui si vedevano eccessivamente gli effetti, in cui la falsità del cinema era evidente e la messa in scena la faceva da padrone. Al contrario ho sempre amato molto poco il cinema documentaristico o neorealista, trovandolo profondamente noioso.

E questo “gusto” che ho sviluppato in quegli anni è quello che mi porta a sostenere che il cinema b-movie è pieno di fascino e molto più pervasivo di come pensiamo; a mio parere è evidente che è entrato a far parte della nostra cultura. Innanzi tutto è un cinema di “cloni”: pensiamo ad esempio a Rambo o a Commando, questi film di successo mondiale hanno ispirato moltissime pellicole, e la cultura “a la Rambo” è il prodotto di quella marea di film che lo hanno succeduto e trasposto, molto più che dell’originale.

Il b-movie poi, ha il pregio di produrre una grande commistione di generi diversi, per fare un esempio, Fuga dal Bronx di Castellari, ha sicuramente come ispirazione l’unione delle bande di I guerrieri della notte con la trilogia di Mad Max. Prendendo da film di generi diversi, e amplificando i cliché di entrambi arriva a sfiorare il grottesco, ma colpisce perché da una sua visione di quel momento storico e politico. Ed ecco l’altro tema che mi è molto caro: l’interpretazione della realtà politica e sociale contemporanea per me così evidente in questo tipo di pellicole. Pensiamo a tutto il cinema exploitation da cui non nacquero solo i sexploitation, i cannibalploitation, ma anche gli spaghetti western in cui le storie non narravano più di cowboy contro indiani, ma di cowboy contro cowboy. Stavano raccontando l’America, quella violenta e sanguinaria, quella in cui il confine tra i buoni e i cattivi non era più così precisamente segnato, e attraverso questi spaghetti western, questa violenza, si raccontava anche il terrorismo nostrano. Nel frattempo proliferavano i polizieschi degli anni ’70, anche loro exploitation, colmi di sparatorie sanguinarie non troppo distanti dal clima di terrore che si viveva per le nostre strade. Tutti abbiamo visto e rivisto i b-movie, ed anche il cinema “colto” non può permettersi di ignorarli. Lo stesso Pasolini nel film Salò e le 120 giornate di Sodoma si ispira in qualche modo ai Nazisploitation. È una versione alta ed erudita di queste immagini, ma il panorama è lo stesso.

Poi ovviamente il fatto che arrivi un signor Tarantino o un signor Rodriguez, che prenda i b-movie, li citi in modo esplicito e con questo crei un grande rinnovamento del cinema contemporaneo, mi dà la conferma che la forza e l’importanza che io attribuisco a questa corrente è ben riconosciuta nel mondo; il  b-movie italiano, i nostri Bava, Margheriti, Castellari, solo per citarne alcuni, sono tutti registi che sono stati venduti in America e in Giappone, e questo tipo di cinema oggi è diventato un cult a tal punto da essere rivisto e citato come mai prima.

 

7) Secondo te il cyberpunk è realmente una cultura popolare?

 

Secondo me il cyberpunk è una cultura popolare per come è diventata oggi la nostra società; staccatosi dalla forma letteraria ormai abbandonata dai più, e trasformato in filosofia e soprattutto in approccio, penso che il cyberpunk sia dentro la nostra società in maniera importante. Partendo dall’ambito letterario si è mescolato al cinema, alla musica e alla critica sociale antipositivista, divenendo di uso comune: l’iconografia dell’uomo-macchina, dell’uomo cibernetico, del robot, del cyborg, ormai fa parte di noi, non possiamo più privarcene, perché la diamo per scontata.

 

 8)Come artista in che ruolo ti poni? Lavori con una factory, fai fotografie installazioni, video, disegni, in che direzione ti stai muovendo?

 

Ho costruito una “mia factory” perché è un’idea che trovo estremamente stimolante e fruttuosa. Il mio fare arte è innanzi tutto uno scambio tra me e l’ambiente che mi circonda; interagire con il mio attorno e quindi con le persone che lavorano con me aiuta la mia crescita interiore, lo sviluppo del mio pensiero, la nascita di nuove idee. Ho visto, per la prima volta, questo modo di lavorare a Cinecittà, ai tempi in cui facevo da assistente volontario per il cinema, e lì in qualche maniera ho cominciato a svilupparne l’idea, a immaginarla. A Londra, ho costruito il mio studio come il luogo in cui l’artista coordina diversi collaboratori che lo aiutano a ideare, produrre, costruire e comunicare. L’arte è un lavoro, va pensata come un business, e come tale ogni progetto va impostato come una produzione coordinata e seguita nelle sue varie fasi. Questo non vuol dire che l’artista non fa niente. Le fotografie le faccio io, le istallazioni le costruisco, i disegni li disegno, ma dietro ad un’istallazione ci sono dei tecnici, delle grandi maestranze, che mi aiutano nella realizzazione. Attraverso questi collaboratori l’artista diventa una sorta di art director che costruisce con loro gli oggetti ideati, diventa un brand. A Londra ho avuto modo di conoscere l’agente di Damien Hirst, dei fratelli Chapman e alcune persone che si occupavano della comunicazione di Bansky, che mi hanno mostrato come dietro a tutti questi personaggi della british art c’era un grande numero di assistenti, collaboratori, persone che si occupavano di costruire la comunicazione per il loro lavoro. Prendiamo ad esempio Damien Hirst: voi pensate che sia lui a catturare e a realizzare lo squalo? La cosa importante è l’idea, e se ha trovato il più grande imbalsamatore di animali e ha creato lo squalo sotto formaldeide è un genio, è straordinario, ed è questo che ci interessa sapere. Nel mio piccolo sto cercando di costruire la stessa formula, perché credo che la scelta di un assistente all’interno di un progetto sia fondamentale per costruire le tue opere esattamente come la scelta di una matita o di un pennello lo è per fare un quadro.

 

9) Nel panorama italiano tu occupi un ruolo particolare perché nessuno lavora con il tuo metodo e con la tua visione imprenditoriale. Ti pesa questa diversità?

 

Io credo profondamente che nel mondo dell’arte sono riuscito a trovare il mio posto non tanto puntando sulla diversità, quanto piuttosto su una visione internazionale, aiutato sicuramente dall’aver vissuto a Londra e in Austria. Mi considero un cittadino del mondo e come tale devo costruire progetti che mi diano la possibilità di lavorare sui social network in maniera internazionale, presentare il mio lavoro il più possibile all’estero, poi che ci sia, dietro a questo modo di lavorare, una particolarità, non tocca a me dirlo.

Il mondo dell’arte, chiamiamolo così, “classico”, basato molto su una visione concettuale, dal mio punto di vista è fine a sé stesso e molto ipocrita. Penso soprattutto al mercato italiano: è un panorama molto limitato, molto uguale a se stesso, non per mancanza di talenti ma per la sua poca visione critica e organizzativa. Quando dico che l’artista è un imprenditore intendo che deve far conoscere il suo lavoro attraverso i social network, la pubblicità; l’artista romantico, molto bohémien non esiste più, non trova più spazio anche perché la crisi ha ridotto moltissimo la forza e la capacità delle gallerie di dare visibilità. Neanche quindici anni fa avevamo galleristi che promuovevano molto di più il lavoro, ora invece, anche per la mancanza di risorse, si aspettano che l’artista faccia in autonomia gran parte di quel lavoro. Il ruolo della galleria non è più quello di promuovere il lavoro dell’artista, ma solo di vendere i suoi pezzi. L’artista deve promuoversi da solo, se si aspetta che ci sia un’altra entità a fare il lavoro di base, evidentemente non ha una visione contemporanea di quello che sta succedendo. Gli artisti che ho conosciuto in Inghilterra e in America si servono di un grande network internazionale, in modo che il loro lavoro possa essere promosso attraverso diversi canali. Definiscono e sviluppano degli elementi che vengano ricordati dalla massa, perché la riconoscibilità è importante, sono gli stessi fruitori in qualche modo ad averne bisogno, e la ripetizione della riconoscibilità diventa brand.

 

10) Hai diversi collaboratori, mi sai dire come fai a coordinare tutte diverse attività, come sei riuscito a mettere insieme un gruppo così straordinario?

La costruzione di ogni progetto si basa sulla scelta dei collaboratori e degli assistenti adatti per quel lavoro, in modo che siano in grado di apportare un arricchimento, un loro plus. Ogni progetto è una produzione, ed ogni produzione diventa una sfida e una grande esperienza interiore. Come percorrere una strada alla fine dalla quale il progetto sarà concluso ma il percorso è un grandissimo momento di interazione con queste persone, nascono amicizie, nasce un gruppo che ha uno scopo, ed io lo vivo come un percorso di vita. Sono persone che cerco nel mondo del cinema, in quello del fumetto, e negli ambienti che io frequento normalmente perché è da li che nasce la mia ispirazione.

 

 11) E’ vero che siamo alla fine del futuro?

 

La visione del futuro è stata immaginata spesso come il momento di una nuova grande speranza, il tempo in cui la tecnologia avrebbe aiutato l’uomo a vivere in pace e prosperità, lontano dalle malattie e dal dolore. Oggi questo non esiste più, abbiamo una visione molto più cupa; grazie anche al cyberpunk abbiamo compreso come la tecnologia non sia sempre positiva per l’uomo e come gli uomini-macchina possano diventare dannosi. È un fatto che il postumano ponga grandi interrogativi. La fine del futuro è la fine di questa speranza, la fine del tempo delle risposte e l’inizio di quello delle domande. E mi riferisco alla tanta tecnologia che entra nella nostra vita, alla manipolazione dell’uomo e al fatto che l’individuo non è più solo quello che ha creato madre natura. Siamo di fronte a grandi interrogativi, dobbiamo ripensarci e ripensare a come indirizzare la nostra evoluzione e comprendere quanto la quotidianità stia mutando sotto la spinta del progresso.

Come ci stiamo trasformando? E soprattutto in cosa ci stiamo trasformando?